Sara Gaggiotti: «Non bisogna mai mollare nella vita»

Pianeta Volley
By Pianeta Volley Novembre 23, 2016 12:00
Gaggiotti Sara

Sara Gaggiotti (foto Michele Benda)

«Quando perdi una partita cadi, ti rialzi e inizi a pensare alla prossima gara che c’è da giocare. Il messaggio è che la vita è troppo bella per non essere vissuta». Sara Gaggiotti ha una voce dolce, come i suoi occhi scuri. Lancia un messaggio di speranza diretto, molto chiaro. Da quest’anno ha ripreso a giocare a pallavolo (il suo ruolo è quello di libero) in serie B1 femminile, nella Tuum Perugia, dopo otto anni di assenza dai campi di pallavolo. «Quando sono tornata in palestra la prima volta, qualche mese fa, per una partita del Csi, dove mi aveva portato mio fratello, mi tremavano le gambe. Avevo una grande fifa. Poi mi sono sciolta. E ho ritrovato tutto, anche la pallavolo mi ha aiutato a uscire». Da un tunnel in cui era finita suo malgrado. Ricordare è una coltellata. Anche fare domande, le solite domande di sport, è pesante. Sara, da dove iniziamo? «La sera dell’8 febbraio 2008, gioco nella Virgin, la squadra di Milano dell’epoca, stiamo andando bene. Esco dall’allenamento a Sesto San Giovanni e vengo aggredita…». Buio. Silenzio. Ancora silenzio. «Non so perché, ma inconsciamente incolpo la pallavolo di quella aggressione. E smetto, di colpo. Tronco di netto con uno sport che avevo fatto per quasi 20 anni. Avevo iniziato a nove». La vita di Sara Gaggiotti, allora ragazza di 28 anni, cambia da una sera alla mattina in maniera totale. Sconvolgente. «Non è stata più la mia stessa vita. Ho smesso subito con lo sport (e per otto anni non l’ho più praticato, solo ogni tanto andavo a camminare, facendo delle passeggiate). Poi ho lasciato gli studi (Scienze dell’Educazione). E qualche mese più tardi mi sono trasferita. Da Milano a Roma. Io dico che in quel momento è nata una nuova Sara, grazie all’aiuto fondamentale della mia famiglia, di mio fratello Mirko, dei miei amici più cari. Di un sacerdote che è stato la mia guida spirituale». Un percorso lungo, un percorso difficile. «Molto. Ricominciare da capo. Sentirsi addosso il giudizio degli altri (anche se lo hanno saputo sempre in pochi). Adesso posso dire che una mano dal cielo mi ha dato un grosso aiuto e mi ha protetto dall’alto. Ho cambiato strada; ora sono una libera professionista, soddisfatta del proprio lavoro, ho ripreso a giocare a pallavolo e sono tornata a divertirmi. Abbiamo un bel gruppo di gioca- toci esperte e giovani alla Tuum. Si è creato un bel clima e l’obiettivo della società è quello di cercare la promozione in serie A2». Da come parla non c’è rancore nella sua voce. Possibile? «Non si può vivere con il rancore. Dopo un’esperienza come questa diventi molto più sensibile, molto più attenta a quello che succede intorno a te». Sara sorride molto. È vero? «In squadra mi dicono che porto sempre allegria. Forse ero così anche prima, adesso ho imparato a tirare fuori quel sorriso che forse prima tenevo più dentro di me». Le sue compagne sanno? «Solo qualcuna, le altre le ho informate poche ore prima dell’intervista». Perché ha deciso di parlare? Perché adesso (venerdì 25 fra l’altro ricorre la giornata internazionale contro la violenza sulle donne)? «Ci ho pensato tanto. Tutto volevo tranne che avere pubblicità. Dimenticare, come potete bene immaginare, è impossibile. In questi anni mi hanno chiesto di parlare e ho sempre detto di no. E infatti anche oggi non lo faccio per me. Io avrei continuato a stare zitta, lo faccio per quei ragazzi o ragazze che ogni giorno subiscono violenza. Ne esistono tante forme diverse. Pensando a loro ho deciso che era venuto il momento. La vita è troppo importante e troppo bella. Volevo un messaggio di speranza. Un invito a non mollare mai. Anche se si affrontano prove dure». E domenica a Perugia arriva la l’Olimpia Ravenna, un’altra partita da vincere. Con Sara in campo…
(fonte Gazzetta dello Sport)

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