Mirco Giappesi ha festeggiato 1800 panchine

Pianeta Volley
By Pianeta Volley Gennaio 25, 2019 08:00
Giappesi Mirco

Mirco Giappesi

Mercoledì 23 gennaio la partita del campionato under 18 maschile tra Orvieto Volley Academy e Città di Castello Pallavolo non è stata una partita come le altre per l’allenatore Mirco Giappesi che ha mandato in archivio la sua panchina numero 1’800. Tante sono le partite ufficiali in cui ha firmato il referto di gara, che ha fin qui vissuto in trentacinque anni di carriera cominciata nel 1982, in gran parte dedicati al settore giovanile maschile: «Ho sempre vissuto questa scelta come una missione; il desiderio, e qualche volta la soddisfazione, di voler veder crescere, giorno dopo giorno ed anno dopo anno, giovani pallavolisti e le squadre dove questi giocavano. Consapevole e stimolato dalla grande responsabilità che vuol dire educare ed insegnare, cercare di trasmettere valori che vanno al di là dei bagher o delle schiacciate. Sono 1800 le volte che mi sono preparato a gestire una partita con tutte le situazioni, le scelte, le dinamiche, necessarie a mettere in campo tutte le strategie utili per provare a vincerla. Da quelle sulla carta facili a quelle impossibili, da quelle da dentro o fuori, a quelle che assegnavano un titolo, le finali. Da quelle della stagione regolare, dove può esserci sempre rimedio, a quelle play-off, dove poco o niente devi sbagliare. Da quelle in cui il risultato era ininfluente, a quelle di campionati fatti con il solo scopo ed obiettivo di far crescere atleti e dove quindi il risultato finale passa in secondo piano. Sono 1800 le volte in cui mi sono arrabbiato o in cui ho gioito. Diverse quelle dove per rabbia ho rotto la cartellina che tengo in mano. Una quella dove dopo una bella e spettacolare azione, per esultare sono caduto sulla seggiola e mi sono ritrovato sdraiato in terra. Poche le volte in cui mi sono veramente arrabbiato con gli arbitri, i soli cinque cartellini rimediati in carriera possano confermarlo. Tante le gare in cui sono rimasto talmente perplesso per come stava giocando male la mia squadra da non riuscire a trovare soluzioni, come tante quelle invece dove sono rimasto sorpreso dalla prestazione che mi ha riempito di orgoglio e mi ha fatto pensare di essere il più bravo di tutti. Tante le volte in cui tornando a casa da solo in macchina continuavo a pensare a quello che avrei potuto fare per aiutare la squadra ad evitare una sconfitta, mettendomi in discussione e valutando se le scelte fatte fossero comunque quelle giuste. Tante le volte invece in cui dopo una vittoria ho sentito il mio corpo ricaricarsi per essere ancora più innamorato di questa professione. Tante le volte che mi sono trovato a dover consolare i miei atleti, in lacrime e delusi per una finale o una partita importante persa, tante quelle dove mi sono ritrovato a piangere abbracciato a loro per una finale inaspettatamente vinta. Non posso ricordarle tutte, ma so che ognuna di queste ha rappresentato un momento di crescita. Ricordo ovviamente le finali giocate quando allenavo a Monteluce, nella piccola società di quartiere dove sono cresciuto prima come giocatore e dove a diciotto anni ho iniziato come tecnico. Ricordo le gare decisive vinte e perse nella società di Spoleto dove ho conquistato più titoli regionali giovanili, dove con una grande progettualità sono stati vinti campionati, ma soprattutto, sono cresciuti atleti. Ricordo ancora con tanta emozione la mia ultima partita con questo club, dove man a mano che realizzavo l’idea che sarebbe stata scritta la parola fine, sono stato vittima di una crisi di pianto che è terminata con un grande abbraccio finale dentro lo spogliatoio, con uno dei gruppi più forti, non solo come atleti, che abbia mai allenato. Ricordo sempre con la stessa squadra under 18, la finale vinta al torneo internazionale di Cesenatico, in un palazzetto gremito con tanto di inno nazionale e coreografie varie. Ricordo anche l’anno in cui siamo riusciti a perdere quattro finali regionali giovanili su quattro. Per ogni società sportiva o gruppo che ho allenato potrei raccontare qualche aneddoto, perché i ricordi sono tanti, ma rischierei solo di annoiare. Sono 1800 dunque le partite, ma prima ci sono gli allenamenti, gli obiettivi, le programmazioni, le società, le squadre e soprattutto gli atleti. Ed è a loro che va ovviamente il mio più grande ringraziamento. Perché ognuno di loro, e posso garantire che sono tanti, mi ha insegnato qualcosa. Da quelli che ho seguito per più anni, vedendoli crescere, prima bambini, poi adolescenti, ragazzi ed infine uomini; a quelli che rincontri, senza all’inizio nemmeno riconoscerli, dopo decenni, perché magari alleno il figlio o la figlia. Da quelli con i quali ho dovuto usare tutta la pazienza possibile per farli innamorare di questo sport, credere nelle proprie potenzialità e ‘costringerli’ a lavorare, a quello che mi ha invitato a casa e fatto venire la pelle d’oca mettendomi al collo una medaglia olimpica da lui appena vinta. Da quelli che ho accompagnato per tutte le palestre umbre e in qualche altro impianto in Italia (e, poche, ma qualche volta anche in Europa) per selezioni, allenamenti, collegiali, tornei, e quante altre iniziative necessarie per la loro crescita, a quelli che dopo essere stati miei atleti, hanno trasformato il rapporto in amicizia, ed un giorno mi hanno chiesto di fare il padrino alla cresima o di fare il testimone al loro matrimonio. Da quelli che senti dire ai più giovani frasi del tipo “si vede che non ti ha mai allenato il Giappo” sottolineando lo scarso impegno e sacrificio che io richiedevo loro, a quelli che dopo essere stati miei atleti, magari hanno preso ispirazione, e si sono messi in gioco in questa sempre più complicata missione che è diventata fare l’allenatore e che vedi essere bravi, motivati e molto coinvolgenti con i propri ragazzi e pensi che una piccola parte dei loro meriti sia magari frutto di un esempio positivo con cui sono cresciuti. Da quelli che hanno abbandonato perché magari non sono stato così bravo a motivare o a gestire, a quelli che magari non hanno capito o accettato certe scelte e dopo anni riconoscono di avere avuto torto, o a quelli che non hanno mai cambiato idea e pensano tuttora che sono stato il peggiore allenatore che hanno mai avuto. Da quelli così piccoli che entrano in palestra per la prima volta un po’ spaesati e con le ginocchiere più grandi delle scarpe, a quelli oramai grandi che non riescono, nonostante gli acciacchi, proprio a toglierle quelle ginocchiere. Gli atleti che in questo momento sto allenando ad Orvieto, magari ancora conoscono poco il loro allenatore e forse, leggendo queste parole, avranno la possibilità di capire qualcosa di più di lui. Se ho raggiunto questo numero di gare il merito è di tante persone e ad ognuna va il mio più grande grazie».

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