August Raskie: «Sono giorni di attesa per tutti»

Pianeta Volley
By Pianeta Volley 23 Marzo, 2020 09:00

August Raskie: «Sono giorni di attesa per tutti»

Raskie August (tuta)

August Raskie (foto Maurizio Lollini)

Parla per la prima volta dopo aver fatto ritorno a casa ed aver lasciato la squadra della Bartoccini Fortinfissi Perugia una delle giocatrici che hanno optato per il rientro in patria. Come tanti atleti americani che giocano a pallavolo in Italia, stava aspettando di vedere se la lega pallavolo avrebbe cancellato ufficialmente il resto della stagione alla luce del Coronavirus, ma visto che ciò non accadeva, aveva chiesto al club, e dal suo procuratore se poteva andare a casa senza rompere il contratto. Quando finalmente ottenuto il via libera per prenotare un volo di ritorno verso gli Stati Uniti la palleggiatrice August Raskie ha affrontato un’altra sfida imprevista, con autobus e treni soppressi, nonché restrizioni di spostamenti severissime: «Anche il mio club era in crisi per la situazione, mi hanno detto che era contro la legge guidare verso l’aeroporto o che uno di loro mi portasse all’aeroporto, il che ha causato un sacco di stress inutili. Perché come cittadino statunitense, per lasciare il paese, tutto ciò che avrei dovuto dire è che sono una cittadina americana. Quindi in pratica ho finito per prendere un taxi fino a Roma per salire sul mio volo». Non è stata l’unica americana bloccata a spendere circa 300 euro per un taxi per l’aeroporto. Storie simili sono state riferite da altri giocatori di pallavolo a stelle e strisce che tornavano a casa. Una compagna di squadra brasiliana è andata alla stazione ferroviaria e l’ha trovata chiusa. Con troppi bagagli da sistemare in un taxi, Bidias ha guidato la sua auto fino a Roma e l’ha lasciata all’aeroporto. «I soldi per il taxi sono valsi la pena di poter tornare a casa di mia madre in California, dove trascorrerò la mia quarantena». Il 10 marzo il governo italiano annunciava il suo blocco a livello nazionale. La squadra aveva ancora in programma allenamenti e il campionato era stato sospeso solo tre giorni prima. La giocatrice yankee voleva tornare a casa, ma non era sicura di quali fossero le sue opzioni. «Non potevo andarmene perché c’era in essere un contratto, le informazioni che arrivavano dalla federazione erano poche, dovevo occuparmi di me stessa. Una situazione atipica in cui vuoi essere un professionista e vuoi fare il tuo lavoro al meglio che puoi, ma c’è anche qualcosa che gira per la testa e ti dice sono venuta qui per fare un lavoro ma se non posso farlo voglio andare a casa». In soli due giorni, giovedì 12 marzo, la situazione è cambiata di nuovo. Il giorno prima il presidente Trump aveva annunciato il divieto di viaggiare dall’Europa verso gli Stati Uniti che sarebbe entrato in vigore venerdì a mezzanotte, e allora è cominciata la corsa frenetica per provare a tornare a casa. «Penso che sia pazzesco che il resto del mondo stesse cancellando i campionati e l’Italia non lo avesse ancora fatto. Le cose non sarebbero migliorate miracolosamente dal giorno alla notte, e soprattutto col divieto di viaggiare di Trump, preferivo essere nel mio paese». Ora che Raskie è tornata negli Stati Uniti, l’attesa continua. Completerà la sua quarantena di due settimane, e quindi dovrà rimanere a casa più a lungo, a seconda dell’intervallo del governo californiano di ‘rimanere a casa’ emesso giovedì scorso. Se la stagione del campionato italiano dovesse ricominciare, lei e gli altri giocatori stranieri tornati a casa avranno la possibilità di ricongiungersi alle loro squadre, ma potrebbero scegliere anche di rompere il loro contratto. «Onestamente non ho molte risposte perché i procuratori e i presidenti dei club stanno dialogando, se le persone rompono il contratto hanno una percentuale di decurtazione. Ci sono così tante domande senza risposta, e tutti continuano a dirmi di aspettare». L’insoddisfazione che aveva espresso nei confronti della lega italiana si traduce per lo più in frustrazione per la comunicazione non chiara. «Non voglio parlare per altri, secondo la mia opinione personale penso che ci siano molti interessi nel non cancellare il campionato, ma capisco perché sono affari alla fine dei conti. È un rischio per atleti che giocano in una lega professionistica di altro paese». Così come ogni atleta del mondo bloccato in quarantena dopo essere tornato a casa, l’atleta di Colorado Spring aspetta. L’attesa è comune a tutti in questi giorni.

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