Cecilia Marcacci: «Siate saggi per favore, restate a casa»

Pianeta Volley
By Pianeta Volley Aprile 9, 2020 10:00
Marcacci Cecilia (sala operatoria)

Cecilia Marcacci in sala operatoria

La pandemia mondiale dovuta al Coronovirus ha trasformato numerosi reparti ospedalieri in unità intensive, con i medici che sono chiamati a salvare la vita ad un numero di pazienti assai numeroso. Alcuni dottori però sono abituati a farlo da sempre, come Cecilia Marcacci, ex pallavolista di Marsciano, cardiochirurgo di professione che da sette anni opera al centro cardio-toracico nel Principato di Monaco: «Se mi avessero detto quattro mesi fa la storiella del virus cattivo che uccide migliaia di persone ogni giorno, che crea un disastro economico mai visto prima e che mette in pericolo la vita del personale sanitario, avrei sorriso pensando di prescrivere al tizio che lo raccontava un ‘sevrage alcoolique’ (disintossicazione da alcol). Purtroppo non è una storiella, ma è la triste e spaventosa verità. Io mi sono sempre svegliata alle ore 6,30 di mattina e ho sempre salvato vite, il mestiere di cardiochirurgo è molto delicato e richiede attenzione, precisione e assenza di sbagli. Ora mi sveglio pensando che non so se riuscirò a salvare vite… compresa la mia, questo perché il nemico che stiamo combattendo è sconosciuto insidioso, tremendamente mutevole e ingannevole, nessuno ha scritto in fronte ho il Covid-19. Risultato è che i pazienti vengono da me con sintomi cardiaci ma in realtà non si sa più se è la patologia cardiaca la causa primaria o se è il maledetto virus che si manifesta con la stessa sintomatologia di un infarto. In sala operatoria ci copriamo, il paziente è intubato, attiviamo alla perfezione la procedura e ci proteggiamo, questo perché siamo preparati, abbiamo studiato bene il caso, quindi conosciamo il tipo di intervento cardiochirurgico da fare. Quando sono di guardia invece può squillare il telefono e l’infermiere dice “dottoressa corra” a quel punto cerco di fare del mio meglio per salvare il paziente, di praticare il massaggio cardiaco esterno comprimendo il torace con tutta la forza che ho per far ripartire il cuore o gli infilo il tubo in gola per aiutarlo a respirare quando in realtà l’intubazione oro tracheale non è una competenza tipica del cardiochirurgo. In tutto questo sono guidata da una scarica adrenalinica, dal senso del dovere, dall’amore verso il prossimo e faccio tutto nel più breve tempo possibile perché ogni minuto è prezioso (dopo sette minuti circa di arresto cardiaco si ha la morte cerebrale). Quindi corro veloce, agisco altrettanto velocemente e nell’urgenza provo a proteggermi, ma sicuramente le protezioni non sono ermetiche come quando sono in sala operatoria dove ho tempo per prepararmi indossandole con cura e verificandole più volte. È qui che posso essere vulnerabile, potrei entrare anche io a far parte di quella percentuale di medici contagiati, oppure fare parte del personale sanitario morto dopo infezione, perché volente o nolente sono a pochi centimetri dal paziente, sono sopra di lui a tentare di salvarlo. Insomma la mia quotidianità è cambiata. Normalmente quando la mia giornata termina torno a casa serena per aver salvato delle vite e sono tranquilla perché il post operatorio può essere complicato da aritmie o sanguinamenti, ma esistono farmaci e trasfusioni per far fronte a queste. Oggi torno a casa con la paura, con il terrore che il paziente peggiori le sue condizioni durante la notte sapendo che non esistono ancora cure efficaci al 100%; torno a casa con il pensiero di aver respirato troppo vicino al paziente e di averlo toccato, con la paura di essere stata contaminata, con il dubbio che magari qualcuno degli infermieri abbia agito involontariamente in modo non prudente e si sia contagiato. Io mi fido molto della mia équipe di infermieri e loro si fidano di me, è come giocare in una squadra di pallavolo, solo che ora sono il capitano e devo dirigere e motivare il team, cosa non è facile soprattutto di fronte alla morte, ma se il gruppo è affiatato, se ci si allena, se si lavora molto insieme, si impara a conoscersi bene e a capire chi è fatto per stare in prima linea ed attaccare o in seconda linea e organizzare l’azione, nel nostro caso preparare farmaci. Sono fiera di quello che faccio ma vorrei tornare a salvare le vite a persone che purtroppo sono nate con una patologia senza averne una colpa, non salvare la vita di gente ignorante che continua a sottovalutare il problema, passeggia e viaggia tranquilla contagiandosi e contagiando gli altri, togliendo la possibilità ai pazienti cardiopatici non covid di essere operati perché mancano posti in rianimazione. Quindi per favore, restate a casa voi che potete, siate saggi».

Marcacci Cecilia

Cecilia Marcacci al lavoro

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