Pallavolo giovanile: un diritto per tutti?

Pianeta Volley
By Pianeta Volley marzo 24, 2014 07:30
Cicogna Arianna

Arianna Cicogna

Arianna, nostra figlia maggiore, ha 16 anni. Ha cominciato a giocare a pallavolo quando ne aveva solo 6. È cresciuta praticando questo sport e ne è sempre stata innamorata. In tutti questi anni ha ottenuto tante soddisfazioni, ma purtroppo non meno delusioni; ogni volta però, senza esitazioni e con caparbietà, non ha perso di vista l’obiettivo e con la grinta che la caratterizza non si è lasciata abbattere. Tuttavia, quanto successo in questa stagione sportiva non le ha lasciato scelta: lo sport per il quale ha dato tutta se stessa, senza mai risparmiarsi e rinunciando a tutto, non lo potrà più praticare. Tutto ciò è scaturito dal fatto che Arianna alla fine della scorsa stagione ha manifestato, prima a noi genitori e poi alla società di appartenenza, la volontà di voler cambiare squadra, ancor prima di aver ricevuto qualsiasi proposta alternativa. Tale desiderio non è stato originato dal nulla e nostra figlia lo ha maturato con fatica e non senza ripensamenti, in parecchio tempo. Indipendentemente dalle motivazioni, indipendentemente dalle responsabilità, il fatto è che lei non si sentiva più a suo agio in quella società e le sarebbe piaciuto poter fare un’esperienza alternativa. Dopo avere affrontato più volte tale questione in famiglia e compreso il suo disagio noi, in qualità di genitori, abbiamo preso iniziativa e siamo andati a parlare con la società per capire come poter trovare una soluzione di comune accordo. Nostra figlia non ha mai negato quanto fatto dalla società per la sua crescita tecnica e anche noi ne siamo tutt’oggi consapevoli. Allo stesso modo siamo consci di quanto lei abbia dato loro: la sua totale ed incondizionata disponibilità, sempre e comunque. Con questa consapevolezza, se un prestito non fosse stato possibile, non ci saremmo mai tirati indietro di fronte all’eventuale richiesta di un equo indennizzo al fine dell’ottenimento del suo nulla osta. Purtroppo, però, da parte della società abbiamo trovato un muro: o un prestito oneroso, ma solo fuori regione, o un compenso di ben 15’000 euro per lo svincolo definitivo! Premesso che all’epoca dei fatti, agosto scorso, Arianna aveva 15 anni, una ragazzina quindi e, premesso che per farla giocare a pallavolo abbiamo sempre pagato la quota annuale richiesta dalla società, una pretesa di questa entità la riteniamo un insulto alla decenza e degna di denuncia. Ci siamo pertanto trovati costretti a cercare una motivazione, comunque fondata, per adire la giustizia sportiva. Dopo una prima sentenza del Cta che in maniera dettagliata riconosceva le nostre ragioni attribuendo un valore presumibilmente equo di 4’000 euro per il cartellino di Arianna, a fronte del ricorso della società sportiva, sia il Caf prima, che la Corte Federale dopo, hanno invece, in maniera concisa e ambigua, ribaltato la sentenza, annullando di fatto lo svincolo. Nostra figlia se vorrà continuare a giocare a pallavolo potrà farlo unicamente con la società che a quattordici anni l’ha cartellinata e vincolata per 10 anni! Pur essendo venuti meno la fiducia e il rispetto che dovrebbero essere alla base del rapporto tra atleta e società, le è stata negata la possibilità di andare a giocare altrove. Le è stato detto “non badare alla società e pensa a giocare a pallavolo”… ma per lei la pallavolo è uno sport, un divertimento, non un lavoro, ed è suo diritto potersi recare in palestra con entusiasmo e serenità, senza nulla togliere alla serietà e all’impegno. È stato forse firmato un contratto? Stiamo forse parlando di una professionista? Niente di tutto questo, ovviamente! Ciononostante noi come famiglia eravamo disposti a riconoscere un cospicuo indennizzo alla società pur di risolvere in bonis la questione: “o 15’000 euro o non se ne fa niente”, questa è stata la disponibilità offertaci. La cosa grave è che stiamo parlando di una minorenne in età adolescenziale che, nonostante la maturità dimostrata nell’affrontare la delusione, non riesce a farsene una ragione. Ci siamo rivolti alle istituzioni locali, alla federazione sportiva, sperando, ingenuamente, di trovare sostegno per riportare la questione nel buon senso comune. Che illusi! Come possiamo sperare che in questo paese cambino le cose… già in questo ambito, di fronte al subentrare di interessi economici e della salvaguardia delle poltrone, tutte le chiacchiere e le false aspettative si vanno a far benedire. Stiamo parlando di sport, di quello sport a cui noi genitori ingenuamente, lo ribadiamo, abbiamo indirizzato i nostri figli, sin dalla tenera età, al solo scopo di farli crescere in salute e in un ambiente di sani principi… a sedici anni, invece, Arianna si ritrova a dover fare i conti con i meccanismi contorti che stanno distruggendo la nostra società, a tutti i livelli. Nei Paesi Europei all’avanguardia i minori, almeno nello sport, godono di particolare tutela, perché questo non avviene anche in Italia? Perché si consente alle società sportive, che di sportivo hanno ben poco, di speculare sulle capacità di un’atleta che, anche se talentuosa, è pur sempre una minorenne? Unico risultato conseguito dalla società in questione è quello di aver perso definitivamente e per l’ennesima volta un’atleta: ha il suo cartellino, ma non avrà mai più la giocatrice! Ma a loro non importa… ciò che conta sono gli obiettivi, il vincere a tutti i costi, anche al prezzo di perdere tutte le ragazze che non condividono il loro modo di operare. Nostra figlia non è stata la prima e non sarà neanche l’ultima, purtroppo. Questa denuncia non vuole essere fine a se stessa e tantomeno un modo di esprimere rancore nei confronti della società o della federazione. Non ci interessa. Nostra figlia, se nulla cambierà, non giocherà più a pallavolo, ma per evitare che quanto a lei successo possa accadere ad altre ragazze e ragazzi è dovere di tutti coloro che credono nei valori dello sport gridare a gran voce il comune disappunto: la regolamentazione del tesseramento vincolante deve essere modificata, almeno per gli atleti minorenni. Se non altro sarebbe opportuno, a loro tutela, introdurre un tetto alle richieste economiche oltre il quale le società non potranno vantare pretese. Lo sport, così come la scuola, è un diritto dei nostri figli e almeno noi faremo di tutto per impedire in futuro che società spregiudicate, cosiddette ‘sportive’, possano impedire ai ragazzi il piacere di fare lo sport amato.
Franco Cicogna ed Elisabetta Costi

 

P.S. – Per chi vorrà commentare quanto da noi scritto, cortesemente, vi invitiamo a non far diventare questo articolo uno strumento di ripicche personali e un’opportunità per scrivere insulti o parolacce verso altri, come spesso accade nei social network. Proviamo tutti in maniera decisa ma educata a riuscire ad avere un confronto civile. Questo sarebbe già un gran risultato visto la conflittualità che caratterizza la società odierna.

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